Marco Eugenio Di Giandomenico, cultural manager, da sempre alla guida di progettualità interdisciplinari di carattere culturale e di taglio internazionale, intende, con la sua opera, investigare i principi e i fondamenti del cosiddetto “management etico”, vale a dire di un management che agisce in maniera socialmente responsabile. Sul tema della matrice concettuale del management etico non si è scritto molto, e ciò nonostante che la RSI (Responsabilità Sociale delle Imprese) rappresenti uno dei filoni più affascinanti di analisi della moderna teoria economica d’oltreoceano. Il focus viene posto piuttosto sul significato della RSI: da un’iniziale impostazione, per così direrestrittiva, che la identifica nel rispetto della legge, e ciò nel mentre si persegue la massimizzazione del profitto e la ricchezza degli azionisti, si è passati ad una ricostruzione concettuale più allargata, condivisa oggigiorno, oramai, da quasi tutti gli studiosi, la quale individua nel soddisfacimento di tutti gli stakeholders (tra i quali vanno annoverati gli stessi consumatori) la chiave di volta per l’impresa non solo nell’ottica della sostenibilità, ma anche e soprattutto nell’ottica del suo sviluppo  e del suo perdurare nel tempo.
Ma qual è, in linea generale, la teleologia della Responsabilità Sociale?
A ben vedere, occorre porre attenzione ai grandi temi dell’umanità, quali libertà, verità, amore, etc., su cui si confrontano da sempre filosofi, teologi e sociologi. Ben nota è la locuzione «La libertà di un individuo termina laddove comincia la libertà di un altro individuo»:  è un paradigma molto diffuso, di immediata percezione, tuttavia falso. Si è liberi solo quando si è in grado di esprimersi, di aderire alla propria verità, alla propria essenza di essere umano, e ciò nella contestualizzazione sociale, lavorativa e affettiva di riferimento.  Qualunque allontanamento da tale verità rappresenta un disequilibrio, un mancato raggiungimento del “giusto mezzo” aristotelico, una ineluttabile disottimizzazione. Di grande pregnanza è l’impostazione di Giovanni Paolo II che, naturamente, individua in Dio la grande verità e il grande equilibrio dell’uomo: al di là degli aspetti di confessione spirituale, però, il target di analisi rimane sempre quello dell’homo agens, di un uomo, quindi, che nell’actio realizza se stesso. In tale quadro, una funzione fondamentale è svolta dall’operatore economico: il suo perseguimento ad ogni costo del profitto, senza aver riguardo alle esigenze di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nell’impresa (stakeholders), oltre a provocare situazioni di non-libertà, diventa causa di diseconomie, in quanto si ottengono lavoratori meno produttivi, consumatori non soddisfatti, fornitori in rapido turn over, etc. E di quanto sopra ne debbono tener conto sia i soggetti for profit sia i soggetti non profit; quest’ultimi, a ben vedere, sembrerebbero già teleologicamente orientati verso una stakeholder satisfaction: tuttavia, il loro denunciato non perseguimento del profitto non è sufficiente ad esimerli dalle raccomandazioni etico-sociali che, comunque, trovano il loro fondamento nella visione di una attività economica (e non) comunque basantesi sull’equilibrata “espressione” di tutti i soggetti a vario titoli coinvolti dall’attività de qua. Altra problematica è come il potere pubblico agisce e può agire per perseguire e promuovere  la RSI: sul tema, l’opera esamina anche vari modelli europei (Danimarca, Gran Bretagna, Francia, Italia), dal cui confronto emergono situazioni interessanti, che, evidentemente, riflettono le differenti matrici culturali.